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Il teatro del sogno a Perugia – La costruzione in abisso di 8½

Sezione: Eventi e manifestazioni | 5 dicembre 2010 scritto da nando

La mostra Teatro del sogno. Da Chagall a Fellini, curata da Luca Betrice alla Galleria nazionale dell’Umbria a Perugia fino al 9 gennaio 2011 (dal martedì alla domenica, 9:30-19:30), può essere spunto anche per l’approfondimento di una delle interpretazione del più onirico tra i film di Fellini: 8½.

         L’analisi in questione è quella del noto semiologo francese Christian Metz e si intitola La construcition «en abyme» dans Huit et Demi, de Fellini.

         8½ è un film che, come scriveva il noto storico del cinema Gian Piero Brunetta, rappresenta per il cinema moderno quello che ha rappresentato per il Rinascimento la Cappella Sistina.

         L’origine del titolo è raccontata dallo stesso Fellini in Fare un film: rispetto a La bella confusione proposto da Flaiano, il regista emiliano non convinto scrive sugli appunti il numero del film che avrebbe girato di lì a poco: l’ottavo e mezzo, appunto.

         La storia racconta di un regista in crisi d’ispirazione: Guido (alter ego di Fellini interpretato da Marcello Mastroianni) nelle prime immagini si vede quasi soffocare chiuso in una macchina bloccata in un classico ingorgo cittadino fino a che non riesce a fuggire volando verso le terme. In questo luogo ritrova tutte le figure della sua vita – tra cui molte donne: la moglie (interpretata da Anouk Aimée), l’amante (Sandra Milo), la scoperta della femminilità (Edra Gale), l’ideale di purezza (Claudia Cardinale), etc. –; e il produttore per cui dovrebbe cominciare a girare un film di fantascienza (una grossa costruzione per il lancio finale della navicella è già pronta). Guido alla conferenza per il film non riesce a sostenere la pressione dei giornalisti e fugge. Come d’incanto riaffiorano le figure della sua vita che danzano sulle note circensi di Nino Rota in un girotondo finale passato alla storia del cinema.

         Otto e Mezzo appartiene alla categoria delle opere d’arte che riflettono su sé stesse; per definire questo tipo di struttura è stata a volte proposta l’espressione «costruzione in abisso» – desunta dalla scienza araldica: all’interno di uno stemma si riproduce lo stesso in forma più piccola –.

         Se Fellini non è al cinema il primo a farne uso (basta pensare a Le silence est d’or di René Claire del 1946) è il primo a costruire tutto il suo film in funzione di questa struttura: il contenuto è inseparabile dalla sua costruzione. Guido rassomiglia terribilmente a Fellini: desidera mettere ogni cosa all’interno del suo film come fa il suo creatore, al punto che in Otto e mezzo c’è persino quello che può essere rimproverato al film: le critiche di essere confuso, compiaciuto o frammentario sono già presenti nello stesso film per bocca di Guido se non dell’inseparabile sceneggiatore che lo accompagna.

         È importante sottolineare – secondo Metz – che Otto e mezzo si differenzia da altri film raddoppiati non solo perché il raddoppiamento è più sistematico ma soprattutto perché avviene due volte: si tratta di un film su un cineasta che riflette lui stesso sul suo film. Diverso è mostrare un secondo film che non ha sostanzialmente rapporti col primo (il riferimento è a Le silence est d’or) dall’assegnare al protagonista il ruolo di un autore che sta realizzando un film assolutamente simile – tanto più se si pensa alla ricchezza autobiografica di Fellini presente nel film stesso. Guido ha gli stessi problemi di Fellini; è vicino al suo creatore almeno due volte: innanzitutto perché sono due cineasti, ma anche perché come il regista reale riflette sulla propria arte. La distanza tra il film che sogna Guido e quello che alla fine realizza Fellini si annulla in quanto non si vedranno scene del film da girare: il film di Fellini sarà il risultato di tutto quello che Guido avrebbe voluto inserire nel suo. In Otto e mezzo non si vede il regista filmare ma solo nel periodo di preparazione, mentre raccoglie il materiale che vorrebbe mettere nella sua opera – e che finirà nell’opera di Fellini. Ecco perché i due film coincidono.

         Durante la sequenza dei provini girati per scritturare le attrici si assiste alla triplicazione del film: Guido sceglie l’attrice che impersonerà il ruolo di sua moglie nel film da realizzare; moglie troppo simile alla compagna della vita di Fellini (l’interpretazione è avvalorata da una battuta che mormora un personaggio durante questa scena: «è tutta la sua vita», riferita a Guido/Fellini). Otto e mezzo è più di un film nel film: è il film che in Otto e mezzo si sta realizzando.

         Alla fine si assisterà a tre scioglimenti successivi: in un primo momento Guido rinuncia a girare il suo film perché troppo confuso, troppo simile alla sua vita, ma soprattutto incapace di cambiare la sua vita (qui si spiega, secondo il semiologo francese, il senso del simbolico suicidio di Guido al termine della conferenza); in un secondo momento la rinuncia al film conduce Guido verso la vita: arrivano tutte le figure che l’hanno popolata ricreando un allegorico girotondo e Guido (non più regista ma uomo) ordina i suoi ricordi, così che il film si possa fare – non cambierà la sua vita, anzi sarà fatto dalla sua stessa confusione; infine Guido entra nel cerchio (il simbolo della compiaciuta tenerezza che lega Guido/Fellini ai propri ricordi e ai propri desideri): l’autore che sogna di fare Otto e mezzo adesso è uno dei personaggi di Otto e mezzo. Al centro della scena resta un bambino: ultimo e al tempo stesso primo ispiratore, è Guido/Fellini bambino. Il posto del regista a quel punto vuoto viene occupato da Fellini: è allora, paradossalmente, che il film incomincia.

Francesco Aiello

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