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L’Umbria jazz omaggia Django
Sezione: Eventi e manifestazioni | 21 luglio 2010 scritto da nando

Django
Si è chiuso ieri L’Umbria Jazz festival, che quest’anno ha celebrato il centenario della nascita di Jean Baptiste “Django” Reinhardt (Liberchies, 23 gennaio 1910 – Fontainebleau, 16 maggio 1953). Nelle registrazioni non si trova mai il nome completo “Jean Baptiste Reinhardt”, ma semplicemente “Django” (o tutt’al più “Jeangot” nelle più vecchie registrazioni in quanto nella lettura francese la pronuncia è grossomodo la stessa) poiché nella cultura gitana le persone sono chiamate esclusivamente col soprannome. Tra gli ospiti della edizione 2010: Tony Bennett, Randy Crawford, Manhattan Trasfer, Mario Biondi e il mitico sassofonista Sonny Rollins. In onore di “Django” hanno suonato il trio Reinhardt, Biréli Lagrène, il trio Niculesco ed Escoudé.
Guardando su YouTube qualche vecchio video del musicista gitano di origine belga, il suo talento impressiona ancora oggi: è stato il primo musicista che lontano dall’America abbia creato nel Jazz uno stile originale riconoscibile, diverso dai modelli dominanti d’oltreoceano. Proprio la sua riconoscibilità gli consentì una rapida ascesa; quando nel 1934 formò l’Hot Club de France ottenne subito un grande successo. Grazie anche a Stéphane Grappelli, che aveva maturato il suo stile dallo straordinario violinista italo-americano Joe Venuti. Minor Swing, Manoir des mes rêves, Tears, Nagasaki, Bellleville, Nuages, sono solo alcuni dei brani che l’hanno consacrato come star del Jazz.
Se qualcuno non sapesse che “Django” non usava che due dita, probabilmente trasalirebbe – soprattutto per la velocità di esecuzione dei suoi pezzi –; a causa di un incendio alla roulotte con cui si muoveva insieme ai familiari, infatti, si ferì oltre alla gamba destra, la mano sinistra, danneggiando parte di alcune dita. All’epoca dell’incidente, non volle sentir parlare d’amputazione – rischiando la cancrena, fortunatamente scongiurata; ma l’insofferenza ai medici e la paura per le iniezioni purtroppo gli costò la vita molti anni dopo –. Nonostante la menomazione trascorse la convalescenza suonando la chitarra e cercando di inventare e sviluppare una propria tecnica che gli permettesse variazioni di suoni complessi col solo utilizzo delle due dita.
Di teoria, si dice, non ne sapesse troppo; prima dell’incidente aveva studiato solo un po’ di violino. Perfettamente in grado di comprendere e rimaneggiare ogni tipo di musica, non era capace di leggere e tanto più scrivere un semplice spartito – oltre ad essere completamente analfabeta – . Si racconta che fu Grappelli ad insegnargli a scrivere il suo nome, piuttosto vanesio Django desiderava da matti firmare autografi.
Pare che negli intervalli dei concerti amasse disegnare nuvole di fumo, chissà cosa ne pensava il suo amico Picasso.
Francesco Aiello
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