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Umbria Jazz 2011 – Miles Davis

Sezione: Eventi e manifestazioni, Varie dall'Umbria | 20 aprile 2011 scritto da nando

Miles Davis

In attesa del programma completo dell’edizione 2011 dell’Umbria Jazz – che sarà reso noto a partire dal 2 maggio – sono già stati comunicati alcuni dei prestigiosi nomi presenti quest’anno alla celebre kermesse; ma soprattutto è stato annunciato l’atteso tributo di Herbie Hancock, Wayne Shorter e Marcus Miller al musicista che ha cambiato più volte la storia del jazz: Miles Davis.

Davis poteva incutere timore in chi lo intervistava: la sua voce profonda suonava come una minaccia per un critico jazz; e in generale il suo atteggiamento con la stampa assomigliava al modo in cui per anni si sbeffeggiava del pubblico esibendosi nei concerti di spalle. Ma la sua chiusura nei confronti dei giornalisti si attenuò sul finire della carriera; la sua improvvisa disponibilità a parlare fu una notizia shock per il mondo del Jazz.

Davis, che si vantava di non esercitarsi – come se i miti ne potessero fare a meno –, dopo il suo ritorno negli anni ottanta aveva dovuto faticare per proporre qualcosa che fosse di nuovo alla sua altezza, ritornando così protagonista della musica contemporanea con “Tutu” (1986) e la cover della tenera “Time after Time” di Cindy Lauper trasformata in una moderna “My funny Valentine”.

Durante le interviste usava un gergo da strada e aveva l’atteggiamento di chi è consapevole del proprio talento e un giornalista, per quanto bravo, non poteva insegnargli nulla sulla musica che non sapesse già – specie se poi si presentava con domande preparate –; insomma non era per niente facile approcciare Davis, tanto più che si doveva seguire l’ordine delle domande che lui aveva stabilito, ma il risultato era sempre incredibilmente interessante. In fondo non era molto diverso dal suo modo di fare musica: come in sala di registrazione non venivano date tante indicazioni ai musicisti così succedeva ai giornalisti – a dispetto di risultati entusiasmanti, grazie a quella capacità di realizzare qualcosa di unitario attraverso espressioni diverse, basandosi quasi esclusivamente sull’improvvisazione.

Davis non ancora ventenne era già entrato nel quintetto di Charlie Parker, muovendo i suoi primi passi nel Bop; ma una volta fatte le ossa con un mito come “The Bird” e raggiunta una certa maturità, diede vita ad un nuovo modo di fare jazz con “The birth of the Cool” (1949). Erano gli anni cinquanta e cominciava il suo sodalizio con Gil Evans, un musicista in grado di riprodurre un suono che lui stesso descrisse “hung like a cloud” (sospeso come una nuvola). Poi il primo incontro con John Coltrane che insieme a Red Garland, Paul Chambers e Philly Joe Jones formarono uno degli storici quintetti di Davis: una delle migliori espressioni dell’hard bop.

Il gruppo di Davis e Coltrane (che già avevano cominciato a fare uso di eroina) ruotava attorno ad un esiguo numero di standard per un preciso motivo: si cercavano nuove possibilità di improvvisazione; nasceva così il jazz modale – “Kind of Blue” (1959) –, ossia un modo nuovo di costruire la progressione armonica: il jazz modale svincola la progressione degli accordi dalla tonalità del brano e associa ad ogni accordo diverse scale modali, ciascuna con una sua tonica indipendente dalla tonalità; si tratta di una successione di differenti scale modali anziché di accordi; è un modo di pensare per scale, che rompeva la simbiosi tra armonia e melodia – caratteristica di tutta la produzione jazzistica precedente.

Nati entrambi nel 1926, Davis e Coltrane erano troppo diversi per carattere, stile di vita e soprattutto  per il modo d’intendere la musica per non separarsi; ciò accadde di fatto – suonarono solo in un’altra occasione assieme – dopo la tournée europea del 1960. Dopo Evans e alcune collaborazioni coi più importanti musicisti jazz dell’epoca, Davis fondò un nuovo storico quintetto con Wayne Shorter, Herbie Hancock, Ron Carter e Tony Williams – insieme diedero vita ad album come “E.S.P.”, “Miles Smiles”, “Sorcerer”, “Live in Paris”, “Nefertiti”, “Miles in the Sky”, “Circle in the Round”– per poi approdare alla fine del decennio alla fase elettrica – “Filles De Kilimanjaro” (1968). “In silent way” – considerato il primo album di jazz rock – è seguito da album come “Bitches Brew” e “On the corner” che suscitarono polemiche da parte della critica, mentre Davis – primo jazzista ad essere invitato ad un raduno rock, sull’Isola di Wight – elettrificando gli strumenti e applicando alla sua tromba il distorsore wha-wha aveva invece come sempre anticipato tutti sulla nuova rotta intrapresa dalla musica contemporanea.

Quando, dopo il ritiro della fine degli anni ’70, rientrò sulla scena, qualcosa era cambiata: suonava tra il pubblico, scherzava coi musicisti e si presentava non più come un dandy ai concerti ma sfoggiando giacche piuttosto eccentriche. Trovò persino il tempo di dedicarsi alla pittura. Morì di polmonite nel 1991, mentre stava lavorando ad un album dedicato all’hip hop, terminato poi da Marcus Miller.

Francesco Aiello

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