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Umbria Jazz Winter 2011 – Charles Mingus

Sezione: Eventi e manifestazioni | 7 marzo 2011 scritto da nando

È passato qualche tempo dalla diciottesima edizione dell’Umbria Jazz Winter di quest’anno – tenuto ad Orvieto tra il 29 dicembre 2010 e il 2 gennaio 2011 e che, tra gli altri, ospitava il duo Bollani–Corea. Ma l’omaggio a Charles Mingus dei Quintorigo e di Maria Pia De Vito – impegnata nella lettura di alcuni estratti della vita dello strumentista-compositore e nella rilettura di alcuni pezzi dell’album Mingus di Joni Mitchell – è sempre una buona occasione per scrivere del re indiscusso del contrabbasso nel novecento.

Proprio lo splendido omaggio di Joni Mitchell, in effetti, Mingus non riuscì ad ascoltarlo, perché un infarto lo portò via poco tempo prima che l’album fosse pubblicato. Era il 1979, e lo stesso giorno sulla costa messicana si arenarono 56 capodogli, come gli anni del grande strumentista-compositore. Qualche anno prima, già fisicamente molto compromesso dal morbo di Lou Gehrig, fu ricevuto alla Casa Bianca da Jimmy Carter.

Era un artista difficile, per usare un eufemismo: estroso, vittimista, stacanovista quando si trattava di migliorare la sua tecnica o approfondire la sua conoscenza teorica, e violento – mentre Duke Ellington per una lite con Juan Tizol non ebbe dubbi nel licenziarlo, il trombettista Jimmy Knepper gli restò fedele nonostante avesse ricevuto da Mingus un pugno che gli aveva spaccato i denti. Detestava tutti: proprietari di club, critici, organizzatori di festival; ma anche il free jazz e quando lo chiamavano Charlie. Ad un certo punto della sua carriera, tra il 1968 e 1969 decise di non esibirsi più ritirandosi in un appartamento dal quale dopo un po’ fu inevitabilmente sfrattato; la reazione fu quella di farsi riprendere da un cineasta mentre scriveva lettere deliranti a Paolo VI, al presidente Johnson e al generale De Gaulle.

Di essere quantomeno complicato ne era consapevole, tanto che in “Peggio di un bastardo” (Beneath the underdog), la sua autobiografia – il cui titolo la dice lunga! –, scrisse di essere tre Mingus (“In other words I am three…witch one is real? They’re all real”). Nel suo disco “The Black saint and the sinner lady” c’è una nota del medico del Bellevue Hospital, dove si presentò autonomamente per farsi ricoverare al reparto psichiatrico. L’origine della sua personalità contorta è da ricercare presumibilmente nell’infanzia di un ragazzino meticcio emarginato dalla stessa comunità afroamericana già emarginata a sua volta, considerato ritardato dalla sua maestra e tormentato dal complicato rapporto col padre.

Nato a Nogales nel 1922,  in Arizona, Mingus era cresciuto a Watts, un sobborgo di Los Angeles, studiando il violoncello prima di essere convinto dall’amico Buddy Collette a suonare il contrabbasso. Red Callender e Herman Reishagen furono i suoi primi maestri, mentre i primi ingaggi, all’inizio degli anni quaranta, furono con Lee Young – fratello di Lester Young – con l’orchestra di Louis Armstrong e la big band di Lionel Hampton per la quale scrisse “Mingus fingers”. Si trasferì nella grande mela dove conobbe Charlie Parker, ma anche le difficoltà economiche che affliggevano molti musicisti jazz; difficoltà che lo spinsero a trovare un impiego in un ufficio postale prima di lanciarsi in un business tristemente diffuso tra i jazzisti dell’epoca: pare che, fino agli anni cinquanta, il suo principale reddito provenisse da due donne che si prostituivano per lui. Dannie Richmond, batterista che accompagnò per vent’anni Mingus, racconta di come la stessa autobiografia del re del contrabbasso, fosse stata scritta da una delle tante donne che nella sua vita lo avevano foraggiato.

Rispetto ai numerosi musicisti con cui collaborò e di cui si poteva osservare l’appartenenza ad un percorso preciso, Mingus ne percorre uno a sé; tante le fonti di ispirazione: la chiesa della congregazione metodista, Duke Ellighton, Charlie Parker, Art Tatum. Nel 1952 fondò la Debut  insieme al suo storico amico Max Roach. Con “Pithecanthropus Erectus” (1956) emersero i tratti più significativi della sua musica: il suo metodo di lavoro – che ricorda quello del suo idolo Duke Ellighton – procedeva per una sorta di pre-scrittura mentale prima di delineare al pianoforte la linea generale del brano; agli altri musicisti suggeriva il sentimento dell’interpretazione, ma ognuno era libero di suonare come preferiva. Oltre che nella tecnica, anche sul palco Mingus faceva storia a sé – ma non certo come modello da seguire; sembra infatti che incitasse i suoi musicisti con delle urla e che li insultasse sugli errori. Era temuto e forse come sosteneva Miles Davis persino pazzo, ma sicuramente geniale.

Grazie alla collaborazione con Eric Dolphy gli anni sessanta furono un periodo di grande creatività (indimenticabile What love). Secondo i critici da questa collaborazione nacque il Free Jazz. Dopo lo sfratto del 1969 cominciò un periodo buio e al rientro negli anni settanta sembrava aver esaurito la sua energia – probabilmente stordito dai tranquillanti che assumeva – ma prima che lo colpisse la malattia riuscì ancora a realizzare collaborazioni importanti e comporre temi meravigliosi come “Duke Ellington’s Sound of Love” o “Sue’s Changes”.

Francesco Aiello

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